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domenica, 13 aprile 2008, 21:27
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La natura selvaggia attirava chi fosse annoiato do disgustato dall'uomo e dalla sua opera. Non soltanto costituiva una possibilità di fuga dalla società ma anche il palcoscenico ideale sul quale esercitare il culto che l'individuo romantico spesso faceva della propria anima. La solitudine e la totale libertà di una terra selvaggia creavano l'ambientazione ideale per la malinconia o l'esaltazione.
Roderick Nash, Wilderness and the American mind
Non mi dilungherò nello scrivere l'ennesima pagina su Chris McCandless e sulla sua storia. A chi non ha idea di cosa stia parlando, a chi ha sempre il cuore in tumulto, a chi è sempre alla ricerca di qualcosa, consiglio di cuore la visione del film di Sean Penn, Into The Wild. Vi direi di chiudere qui e non cercare altre informazioni. Vi direi di guardare il film e lasciarvi incantare dalla poesia che il signor Penn è riuscito a trasporre in immagini, e il signor Eddie Vedder in musica. Un'alchimia perfetta, per un film perfetto.
Volevo il movimento, non un'esistenza quieta. Volevo l'emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla.
Lev Tolstoj, La felicità Familiare (passaggio evidenziato in uno dei libri di Chris McCandless)
Dopo che avrete visto il film, e soltanto dopo, vi consiglio di leggere anche il libro di Jon Krakauer, da cui Sean Penn ha tratto il film. Il libro cerca di mantenere uno stile giornalistico, anche se Krakauer fin dalla prima pagina dichiara la sua non-obiettività in merito alla storia, perché qualcosa del genere l'ha vissuta anche lui da giovane, perché lui per primo si è sentito ribollire il sangue e ha sfidato una montagna e i suoi estremi, il ghiaccio, la roccia, la solitudine.
E' una storia che non lascia scelta: o ti identifichi con Chris e periodicamente ti frulla per il cervello l'idea di prendere e mollare tutto, andarsene, partire. Senza una valigia, senza soldi in tasca, solo tu e la strada, ovunque porti. E allora questa storia ti fa vibrare qualcosa dentro. Oppure fai parte di quelli che non capiscono, non si rendono conto. Di quelli che pensano che la sia avventura sia stata la bravata di un esaltato, un folle tradito dalla sua ingenuità.
Desideravo acquisire la semplicità, i sentimenti puri e le virtù della vita selvaggia, spogliarmi delle abitudini artificiali, dei pregiudizi e delle imperfezioni del mondo civilizzato; [...] e trovare, nella solitudine e nella grandiosità del selvaggio ovest, vedute più corrette della natura umana e dei veri interessi dell'uomo. La stagione delle nevi andava preferita, perché potessi sperimentare il piacere della sofferenza e la novità del pericolo.
Estwick Evans, A pedestrious tour, of four thousand miles, through the western states and territories, during the winter and spring of 1818 Per come la vedo io, Chris McCandless è un sognatore andato avanti per la sua strada, senza cedere a compromessi, neanche con la Natura.
[ Links e approfondimenti ]
il libro di Jon Krakauer - Nelle Terre Estreme, edizioni Corbaccio, € 16,60 - isbn 887972925X intervista a Jon Krakauer le foto di Chris Death of an innocent, l'articolo di Jon Krakauer il sito ufficiale del film (in inglese) il sito ufficiale (italiano) intervista a Sean Penn di tutto e di più sulla colonna sonora del film, curata da Eddie Vedder
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domenica, 20 gennaio 2008, 14:31
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Nel Giappone medievale i poeti e i sacerdoti zen indirizzavano i giapponesi verso aspetti del mondo ai quali di rado gli occidentali hanno dedicato pubblicamente un'attenzione più che trascurabile o casuale: fiori di ciliegio, pezzi deformi di ceramica, sentieri di ghiaia passata al rastrello, muschio, la pioggia che cade sulle foglie, cieli autunnali tegole di tetti, legno grezzo. E' nata una parola, wabi, della quale non a caso nelle lingue occidentali manca un equivalente diretto, che individua la bellezza nelle cose modeste, semplici, incompiute, transitorie. E' wabi trascorrere una serata da soli in una casetta nei boschi ad ascoltare la pioggia che cade. Wabi sono una serie scompagnata di stoviglie, recipienti anonimi, muri rovinati e pietre consunte dalle intemperie e coperte di muschi e licheni. I colori più wabi sono il grigio, il nero e il marrone. Immergerci nell'estetica giapponese e coltivare una sintonia con le sue atmosfere può contribuire a prepararci per il giorno in cui, in un museo di ceramiche, c'imbatteremo per esempio in tazze da tè tradizionali create dall'artista Honnami Koetsu. Non crederemo - come avremmo fatto senza l'eredita di seicento anni di riflessioni sul fascino del wabi – che questi esemplari siano strani sgorbi fatti di materia informe. Avremmo imparato ad apprezzare una bellezza che non eravamo nati per vedere.
[ A. de Botton, “Architettura e felicità” ]

Wabi-sabi (in Kanji: 侘寂) costituisce una completa visione del mondo giapponese o estetica centrata sull'accettazione della transitorietà. L'espressione deriva dalle due parole wabi e sabi. L'estetica è talvolta descritta come quella della bellezza "imperfetta, impermanente e incompleta" (secondo quanto scritto da Leonard Koren nel proprio libro Wabi-Sabi: for Artists, Designers, Poets and Philosophers). È un concetto derivato dall'affermazione buddista dei Tre regni dell'esistenza — Anicca o, in giapponese, 無常 (mujyou), impermanenza. Secondo Koren, il wabi-sabi è la più evidente e particolare caratteristica di ciò che consideriamo come tradizionale bellezza giapponese e nel pantheon giapponese "occupa all'incirca lo stesso posto dei valori estetici come accade per gli ideali di bellezza e perfezione dell'Antica Grecia in Occidente". Andrew Juniper afferma che "se un oggetto o un'espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell'oggetto è wabi-sabi". Richard R. Powell riassume dicendo "(il wabi-sabi) nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto". Le parole wabi e sabi non si traducono facilmente. Wabi si riferiva originariamente alla solitudine della vita nella natura, lontana dalla società; sabi significava "freddo", "povero" o "appassito". Verso il 14esimo secolo questi significati iniziarono a mutare, assumendo connotazioni più positive. Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l'eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all'oggetto. Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l'avanzare dell'età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall'usura o da eventuali visibili riparazioni. Sia wabi che sabi suggeriscono sentimenti di desolazione e solitudine. Nella visione dell'universo secondo il Buddhismo Mayahana, questi possono essere visti come caratteristiche positive, che rappresentano la liberazione dal mondo materiale e la trascendenza verso una vita più semplice. La filosofia mahayana stessa, comunque, avverte che la compresione genuina non può essere raggiunta attraverso le parole o il linguaggio, per questo l'accettazione del wabi-sabi in termini non verbali può costituire l'approccio più giusto. I concetti di wabi e sabi sono originariamente religiosi, ma l'uso che si fa attualmente di queste parola in giapponese è spesso abbastanza causale. In ciò si può notare la natura sincretica dei sistemi di credenze giapponesi. Una traduzione molto semplice di wabi-sabi potrebbe essere bellezza triste. Durante gli anni 90 il concetto è stato preso in prestito da sviluppatori software ed impiegato nella Programmazione agile e nelle Wiki per descrivere l'accettazione dello stato di continua imperfezione, prodotto costante di questi metodi.
[ Fonte: wikipedia via smokingpermitted.net ] [Approfondimenti: wabi-sabi e bonsai ]
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martedì, 15 gennaio 2008, 21:25
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"é semplice. come il trucco dell'uovo di Colombo, se parti col piede giusto. il motivo per cui le due teorie del Creatore benevolo e del migliore dei mondi possibili non reggono è che partiamo da un presupposto ingiustificato, cioè dall'idea che questo sua l'unico mondo. ma proviamo a usare un approccio divero. prendiamo un Creatore dotato di un potere infinito. senza dubbio, un essere simile sarebbe capace di creare un'infinità di mondi, o perlomeno un numero di mondi talmente alto che a noi sembrerebbero infiniti. se parti da questo tutto il resto ha senso. il Creatore ha messo in movimento delle forze; ha creato mondi diversi per ogni singolo essere umano che esiste; ognuno di questi mondi esiste solo per quel essere umano. il Creatore è un artista, però ricorre all'economia dei mezzi; per cui nei vari mondi si verificano molte ripetizioni di temi e avvenimenti e motivi".
[philip k. dick]
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giovedì, 03 gennaio 2008, 09:15
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- Vuoi sapere quale è stato il corso migliore che ho seguito all'università? Biologia. Si studiava l'evoluzione della specie. E lì ho imparato una cosa importante. (...) Mi ha aiutato a scegliermi una carriera. Per migliaia, macché, per milioni di anni ci siamo portati appresso questi enormi cervelli, la cosiddetta neo-corteccia, giusto? Però non ci parlavamo, vivevamo come maiali. Non c'era niente. Nessuna lingua, nessuna cultura, niente. Poi, di colpo, zacchete! Eccola lì. Tutto a un tratto non se ne poteva più fare a meno, non si poteva più tornare indietro. E tutto questo perché? Russel si strinse nelle spalle. - Per volontà di Dio? - Volontà di Dio un corno. Te lo dico io perché. A quei tempi si viveva tutti insieme, sempre, e si faceva tutti la stessa cosa. Se si avvicinava un leopardo non aveva senso stare a dirsi, ehi amico che cosa sta arrivando? Un leopardo. Lo vedevano tutti benissimo e mettevano a saltare urlando nella speranza di spaventarlo. Ma che succede quando qualcuno decide di andarsene per i fatti suoi per concedersi un attimo di intimità? Se gli capita di vedere un leopardo, sa una cosa che gli altri non sanno. E lui ha qualcosa che gli altri non hanno, un segreto. Di qui comincia la storia dell'individuo, e della coscienza personale. Se quello decide di condividere il suo segreto e correre davvero ad avvisare gli altri, gli toccherà inventarsi una lingua. Ed ecco nascere la possibilità di una cultura. Ma può anche decidere di starsene tranquillo e sperare che il leopardo faccia fuori il capo che gli ha rotto le scatole in passato. Un piano segreto, insomma, vale a dire maggiore individualismo, maggiore coscienza di sé.
[ Ian McEwan, Lettera a Berlino ]
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venerdì, 28 dicembre 2007, 10:43
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Suzuki Roshi disse che la rinuncia non consiste nel fare a meno delle cose di questo mondo, ma nell'accettare che se ne vadano via. Tutto è impermanente: prima o poi tutto se ne andrà. La rinuncia è uno stato di non attaccamento, di accettazione di questo passare. L'impermanenza è, in effetti, solo un altro nome della perfezione. Le foglie cadono; il letame e l'immondizia si accumulano; ma dal letame nascono i fiori, le piante: cose che pensiamo siano belle. La distruzione è necessaria. Senza distruzione, non ci potrebbe essere nuova vita e la meraviglia della vita, del cambiamento costante non potrebbe esistere. Dobbiamo vivere e morire, e questo processo è in sé perfezione. Tutto questo cambiamento non è, tuttavia, ciò che avevamo in mente. Non siamo predisposti ad apprezzare la perfezione dell'universo. Siamo inclini a trovare un modo per durare per sempre nella nostra immutevole gloria... Chi, notando i primi capelli grigi non ha pensato: Ahi-ahi?
[ Charlotte Joko Beck ]
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mercoledì, 19 dicembre 2007, 16:00
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quelli di noi che hanno vissuto un periodo come quello, un periodo che sembra non avere mai fine, sanno che quello che resterà di quei tre, quattro anni di infinità, sarà il terrore di esserne intrappolati di nuovo.
[doris lessing]
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sabato, 01 dicembre 2007, 17:34
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editore: Feltrinelli, collana serie bianca [Mark Ryden, Saint Barbie, 1994]
In sintesi Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli. La pubblicità le dipinge come piccole cuoche. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni. Questo è il mondo delle nuove bambine. Negli anni settanta, Elena Gianini Belotti raccontò come l'educazione sociale e culturale all'inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all'ingresso nella vita scolastica. Le cose non sono cambiate, anche se le apparenze sembrano andare nella direzione contraria. Ad esempio, libri, film e cartoni propongono, certo, più personaggi femminili di un tempo: ma confinandoli nell'antico stereotipo della fata e della strega. Sembra legittimo chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi trent'anni, e come mai coloro che volevano tutto (il sapere, la maternità, l'uguaglianza, la gratificazione) si siano accontentate delle briciole apparentemente più appetitose. E bisogna cominciare con l'interrogarsi sulle bambine: perché è ancora una volta negli anni dell'infanzia che le donne vengono indotte a consegnarsi a una docilità oggi travestita da rampantismo, a una certezza di subordine che persiste, e trova forme nuove persino in territori dove l'identità è fluida come il web.
prosieguo naturale del fondamentale testo della giannini belotti [che cede simbolicamente il testimone nella prefazione], "ancora dalla parte delle bambine" è un libro che mette in guardia su una realtà che resta invariata per molti aspetti ma crea l'illusione del mutamento. attraverso mille trucchi, più o meno originali. si passa per le bamboline winx, simulacro di uno scintillante girl power che però si esaurisce nell'istruzione riguardo ai segreti del make-up per bambine, insegnando loro quanto sia importante essere carine e alla moda. per i consigli dispensati alle future mamme dalla prénatal: una fonte inesauribile di avvertenze e guide "passo passo" sintetizzabili in un lapidario "tu non sei adeguata. non sei abbastanza in gamba per cavartela da sola". per l'esaltazione della femminilità e del corpo femminile, che dietro all'illusione della conquista e del giusto riconoscimento, mira all'esercizio del potere sulla pelle delle donne e all'estremizzazione della tensione sessuale [e, di conseguenza, alle relative differenze fra sessi]. la lipperini mostra, con un lavoro meticoloso e dettagliato nell'immaginario contemporaneo, come la realtà non sia sempre ciò che sembra.
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giovedì, 22 novembre 2007, 11:00
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La parola karma è penetrata nella coscienza occidentale ma, in apparenza e almeno dal punto di vista buddista, in maniera un po' distorta È detta spesso «legge di causa ed effetto», e in questo modo riguarda le conseguenze delle azioni fisiche, verbali e mentali. Le conseguenze sono molto importanti nel buddismo. Qualsiasi azione voluta, anche sventatamente, dalla persona che la effettua, produrrà sempre una maturazione futura e, infine, un frutto con qualità morali simili, perché nella sfera umana il karma opera in modo etico. Così un'azione immorale produrrà un effetto di ritorno dello stesso tipo, in questa vita o in qualche rinascita futura, e lo stesso vale anche per le azioni buone e per quelle moralmente indifferenti che si sono liberamente e volontariamente compiute. Nella Bibbia si dice qualcosa di simile, cioè che si raccoglie ciò che si è seminato. Se vogliamo progredire spiritualmente - o anche solo vivere con il minimo disagio - tocca a noi stare molto attenti a come parliamo e agiamo, perché non vi è alcun modo di sfuggire alle conseguenze. [ John Snelling ]
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domenica, 14 ottobre 2007, 13:49
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Fino al 6 gennaio 2008
Roma, Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194, 00184 Roma a cura di Hans-Peter Reichmann Sale Livello 2 Orari: domenica, martedì, mercoledì e giovedì: dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato: dalle 10.00 alle 22.30; lunedì chiuso Costo del biglietto: intero € 12,50; ridotto € 10,00. Permette di visitare tutte le mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni.
Biglietto integrato Palazzo delle Esposizioni e Scuderie del Quirinale, valido per 3 giorni: intero € 18,00; ridotto € 15,00 www.palazzoesposizioni.itDedicata a uno dei maestri indiscussi della storia del cinema, la mostra "Stanley Kubrick" presenta l'opera del regista americano ponendola in relazione con il materiale preparatorio e tecnico proveniente dagli archivi dello Stanley Kubrick Estate, resi accessibili per la prima volta in quest'occasione: documenti inediti, copioni, appunti di regia, fotografie, testimonianze e filmati dal backstage, plastici, costumi e ricostruzioni di alcune delle più suggestive ambientazioni sceniche. L'obiettivo dell'esposizione, ideata e prodotta dal Deutsches Filmmuseum e dal Deutsches Architektur Museum di Francoforte in collaborazione con Christiane Kubrick e Jan Harlan (The Stanley Kubrick Estate), è quello di condurre il pubblico "dietro la macchina da presa", mettendo in luce il personalissimo metodo di lavoro del regista, il suo costante interesse per l'architettura, il design, l'arte, la musica e la letteratura, e rivelando i segreti che si celano dietro ai numerosi espedienti tecnici che diedero forma ad alcune delle sequenze più celebri dei suoi lavori. Dopo un'introduzione di carattere biografico, nella quale vengono presentati i reportage per la rivista Look e le pellicole degli esordi ( Day of the Fight, Flying Padre, Mr. Lincoln, The Seafarers, Fear and Desire), la mostra si articola per sezioni tematiche atte a ripercorrere l'intera filmografia del regista, compresi i grandi progetti che non hanno mai visto la luce, ma ai quali aveva lavorato a lungo, come Napoleon, Aryan Papers e A.I. ( Artificial Intelligence), in seguito realizzato da Steven Spielberg. Alla sezione "Kubrick in bianco e nero", che raggruppa Il bacio dell'assassino, Rapina a mano armata e Lolita, segue quella dedicata ai film con soggetto bellico ( Orizzonti di Gloria, Il Dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba e Full Metal Jacket), quella incentrata sui film di carattere storico ( Spartacus, Napoleon e Barry Lyndon), i thriller psicologici come Shining e Arancia Meccanica, per finire con Eyes Wide Shut. Particolare attenzione è dedicata a 2001: Odissea nello spazio. In questa sezione, oltre ai costumi e ai modellini (come quello della celebre centrifuga della navicella spaziale  Discovery e il computer Hal), trova posto una ricostruzione della scenografia utilizzata per il prologo del film, realizzato grazie alla tecnica della "front projection", che viene riproposta in mostra permettendo ai visitatori di "entrare" nel set, diventando parte integrante della scena. Le attrezzature utilizzate per gli effetti speciali occupano, infatti, un posto di primo piano: in mostra, tra l'altro, la lente Zeiss, prodotta dalla NASA, che permise al regista di girare le scene a lume di candela di Barry Lyndon. La mostra è affiancata da una retrospettiva cinematografica che si svolge nel Cinema del Palazzo delle Esposizioni. Ci sono in programma anche una serie di incontri: Io e Kubrick. fonte: www.palazzoesposizioni.itLinks e approfondimenti: Archivio Kubrick: l'archivio definitivo su Stanley Kubrick, documenti testuali, audio e video. Stanley Kubrick su WikipediaStanley Kubrick su IMDB
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